La fotografia tra verità detta e percepita.

Vado alla macchinetta e compro un pacchetto di sigarette. 

Adesso hanno queste foto che minacciano, che ci fanno vedere come saremo se continuiamo a fumare. 

Quando ero piccolo erano altre le cose che facevano diventare ciechi, hanno tentato di fregarci ma non ci sono riusciti. Forse perché non avevano le prove, le foto di onanisti con pupille buie. 

Non c’è niente da fare, la Fotografia viene considerata come prova schiacciante che quel fatto, quella persona, quel qualcosa che è visibile nella foto sia così e non potrebbe essere altrimenti. 

Noi fotografi sappiamo bene che produciamo immagini per testimoniare solo e soltanto la nostra idea, la nostra personale interpretazione di qualcuno o di qualcosa, che ci serviamo delle macchine fotografiche e dei soggetti per portare un messaggio che fino ad oggi nessuno ha portato e che quel messaggio non potevamo portarlo che noi. 

L’unica verità che sta dietro una fotografia è la testa, la pancia, il sentimento, la cultura, il vissuto, la personalità dell’autore. Questa è la sola verità che una foto dice. 

Il pubblico, o per lo meno un certo pubblico, la massa diciamo, ha invece l’illusione che il fotografo abbia voluto documentare un qualcosa, che sia la bellezza di una modella, una vista di un paesaggio, un fatto accaduto; diciamo che il fotografo abbia schiacciato il pulsante di scatto per dire “era così, io c’ero e te lo dimostro”; questa è la percezione della verità. 

La percezione della verità è talmente potente che rende reale ciò che di reale non ha niente, è un giro di parole ma si potrebbe dire che la fotografia è più reale della realtà nonostante non sia la realtà, o meglio non sia quella realtà che un pubblico disattento o poco preparato riesce a cogliere. 

Ovviamente ci sono anche fotografi che non hanno altro da dire che raccontare quello che vedono senza filtrarlo dal loro io. Sono fotocopiatrici che si muovono in posizione eretta e hanno il dono della parola (ho detto della parola non del pensiero). 

Fotografare con questa mentalità è come copiare da un libro le parole prese in ordine sparso, magari metterle in fila in ordine di lunghezza così otteniamo anche un risultato eccellente dal punto di vista estetico e alla fine sentirsi scrittori. 

Voglia di riprodurre la realtà e desiderio di esprimere estetica, senza il lavoro che fa su se stesso un autore, sono le prime minacce da cui dovrebbe difendersi chi si avvicina alla fotografia sia per farla che per apprezzarla. 

Quindi fumiamoci pure tutte le sigarette che vogliamo e se diventeremo ciechi forse faremo fotografie più sensate. 

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