Paulo Sousa fotografato per SportWeek. Un racconto di poche foto e tante parole.

5 novembre 2017

Scrivo questo post a distanza di qualche mese dallo shooting e dall’uscita del numero di SportWeek in cui sono state pubblicate le foto.

Non seguo il calcio ma grazie a mio figlio, adolescente in delirio per la Fiorentina, mi sono trovato ad assistere all’inizio e alla fine dell’avventura di Paulo nei panni dell’allenatore “Viola”.

Piacevoli coincidenze.

Non ricordo in che anno Sousa è venuto a firenze, forse 2 o 3 anni fa, ma ricordo la sua prima partita, ci regalarono i biglietti per la tribuna d’onore e andammo a vedere la prima di campionato, Fiorentina-Milan, se non ricordo male vinse proprio la Fiorentina.

A maggio di quest’anno mi chiamano dalla redazione di SportWeek per fare un servizio fotografico al Mister (in gergo calcistico l’allenatore viene chiamato così). Ovviamente divento l’eroe di mio figlio perché vado a fotografare uno dei suoi idoli.

Arrivo all’hotel Villa Cora di Firenze prima di Paulo, c’è comunque Sem, il suo manager, lo stylist e una ragazza del marketing di L.B.M. 1911, l’azienda che veste Sousa e il giornalista di SportWeek che farà l’intervista dopo che avremo scattato.

Presentazioni di rito, strette di mano ed ecco Paulo con Cristina, la moglie. Sono proprio una gran bella coppia, danno l’idea di una coppia felice, credo che lo siano veramente e il bacio che si danno quando Cristina se ne va mi toglie ogni dubbio.

Prima di iniziare a fotografare ci sediamo sui divani del bar dell’hotel e ci intratteniamo in qualche chiacchiera, caffè e acqua.

È una conversazione leggera, si parla del più e del meno, del cibo, della famiglia, dei cani, brevi accenni a esperienze di vita vissuta, il clima è rilassato e sembra che tutti ci conosciamo da tempo, c’è spazio per scherzare e ridere pur sapendo che siamo tutti lì a lavorare.

Più passa il tempo e più credo che per me la fotografia sia un pretesto per fare scoperte, per mettermi in relazione e confrontarmi, per scoprire e scoprirmi.

In una parola esperienza.

Ovviamente quando l’esperienza diventa spunto di riflessione e di crescita la sensazione è di grande appagamento.

Scegliamo i vestiti e faccio vedere angoli del Villa Cora dove ho intenzione di scattare, tutti sono concordi, il Mister si prepara e iniziamo.

Mentre fotografo Paulo mi fa tornare indietro nel tempo, lo associo a persone conosciute, per certi tratti anche ad alcuni aspetti di me. Non glielo dico però. Non voglio che pensi di perdere la sua individualità ed esclusività. In fondo ogni persona è solo se stressa ma sul set basta un niente per inquinare l’energia positiva.

Paulo è proprio una gran persona, un animo determinato ma dolce, determinato anche nel dare il bene agli altri, ecco se può far felice una persona lui lo fa, incondizionatamente. Certe cose si intuiscono. Non a caso a mi ha invitato con i figli ad un allenamento della Fiorentina e la soddisfazione nell’aver regalato a dei ragazzini un’esperienza per loro così unica gli si leggeva negli occhi.

C’è una cosa che ci accomuna, noi che abbiamo vite così diverse, passati diametralmente opposti, noi che non credo ci rivedremo mai più ma ci siamo resi utili vicendevolmente per qualche ora. Entrambi amiamo stare a piedi nudi anche se indossiamo le scapre perché la sensibilità dei piedi ci dà l’impressione di sentire meglio tutto ciò che sta al di fuori.

La fotografia è anche questo, è il più bel mestiere del mondo, dà la possibilità di viverla secondo le proprie inclinazioni e la possibilità usarla secondo le proprie necessità.

Noi fotografi, siamo tutti in debito con questa grande arte. Bisogna rendercene conto e onorarla quotidianamente.

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Fotografia, quando cogliere l’attimo non è una buona idea. 

24 maggio 2017

Molto spesso sento dire che cogliere l’attimo giusto è la ricetta magica per fare ottime fotografie. 

Questa cosa non mi ha mai convinto perché per me significa semplicemente essere osservatori di ciò che accade e scattare a raffica tanto prima poi una foto giusta la becchiamo. Il che è quasi come affidarsi al caso. 

Sicuramente è un metodo che porta i suoi frutti, non voglio metterlo in discussione, ma credo sia proprio il principio di fondo che è sbagliato. O meglio, sarebbe giusto se limitassimo il lavoro di un fotografo a quello di un documentarista, di colui che guarda e riporta esattamente ciò che accade, a colui che affida la sua opera al pulsante di scatto. 

Tutto ciò esclude il far accadere qualcosa, il prendere decisioni e l’essere la mente del proprio lavoro, esclude quasi l’essere umano inteso come essere pensante, progettante ed esecutore. 

Quello che invece è secondo me il vero nocciolo della questione è il rapporto tra fotografo e soggetto, che si tratti di persone o di oggetti non fa differenze, è l’entrarci in rapporto che conta, la sintonia o i contrasti, l’essere a proprio agio o il disagio, sensazioni positive o negative ma comunque rilevanti e rivelanti perché nelle nostre foto portiamo ciò che viviamo. 

Il creare un rapporto, spesso di durata brevissima, giusto il tempo di qualche scatto, è il punto sul quale ruota la riuscita delle foto al punto che una volta entrati in sintonia non ci sono momenti migliori di altri o attimi magici. Il tutto funzionerà senza ombra di dubbio. 

Come ogni attività svolta dall’essere umano dovrebbe essere proprio l’umanità della cosa a fare da padrona buttando via le paure, accettando i rischi di non piacere a tutti, di suscitare critiche e allontanarsi dal consenso popolare e godensosi in libertà le scoperte che ogni sessione fotografica può offrirci. 

Farà bene alla nostra fotografia a alla nostra persona. Provare per credere. 

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Micol Ronchi e il suo punto di vista sulla fotografia. 

2 marzo 2017

Micol facciamo che mi dici due cosine su come vivi tu la fotografia, il tuo è un viverla dal lato opposto al mio, sei “il soggetto” come si suol dire. Colui che fa da tramite tra il fotografo e il pubblico. 

Ok Ale, ci sto!

Vorresti provare per un giorno ad essere qualcun’altro?

Vorrei essere Angelina Jolie: adorata, ricca e piena di film da tra cui scegliere. Adorerei davvero.

Da fotografo ti chiedo che rapporto hai con i fotografi? Dato che posi e hai posato molte volte mi viene spontaneo farti questa domanda. 

Normalmente abbastanza buono, ormai posare è solo un hobby. Una volta vivevo il rapporto con loro sotto la banidera del “odddio speriamo di piacergli”….ora me la vivo tra il “sperem di fare belle e foto” e “‘azzmenefrega”. 

Cosa cerchi o speri di trovare nelle foto che ti vengono fatte?

Me stessa. Non in senso karmiko eh, ma spero sempre che becchino la mia essenza , la mia femminilità. Quindi spero che becchino la stanchezza dello sguardo e la languidità del corpo.

Capita spesso che il servizio ti dia ciò ch speravi?

Non spesso come vorrei. 

È la vera Micol che appare nelle foto? (Per quelle che ti ho fatto io mi sembra di sì ma correggimi se sbaglio). 


A volte si. A volte salta fuori. A volte salta fuori una simpatica versione di quella che POTREI essere. 

Che differenza c’è tra farsi i selfie e farsi fotografare?

La differenza sta che magari a volte t’innamori del modo di scattare dell’altro. E poi vabbè una foto è una foto, un selfie solo “un cazzo di selfie”. 

Noi abbiamo scattato 2 volte insieme, ci sarà una terza?

 Aspetto solo che mi chiami. Sono pure dimagrita. Mi sento splendida. 

Bella risposta, mi piace. Questa volta preferiresti interpretare un personaggio o raccontare te stessa?

Me stessa nel senso migliore: bella drammatica!

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Il fotografo e le fotocamere, quali scegliere e perché. 

31 ottobre 2016


Quanto è importante la scelta delle fotocamere per un fotografo?

Come si sceglie la fotocamera?

Il discorso secondo me è lungo e complesso ma una volta entrati nella giusta visione della cosa diventa di una semplicità disarmante perché non sono scelte tecniche ma di atteggiamento. 

Non starò a fare recensioni e confronti tra Canon, Nikon, Leica, Sony, e tutto ciò che il mercato ci offre bensì mi soffermerò a riflettere sul tipo di sistema (reflex, mirrorless, medio o grande formato). 

Tutto ciò che dico è frutto di esperienza personale quindi opinabile da chiunque in qualsiasi momento. 

Il punto nodale di tutto è che ogni sistema ci pone in uno stato mentale particolare e di conseguenza in un atteggiamento specifico rispetto al soggetto, indipendentemente che il soggetto sia una persona, un paesaggio o un oggetto. 

Chi non disposizione di vari sistemi può verificare questa cosa facendo foto agli stessi soggetti con la fotocamera che ha e col cellulare, per rendere più evidente la differenza usi un 35mm sulla fotocamera che è la stessa lunghezza focale dei cellulari (almeno della maggior parte). 

Prendete la vostra modella di turno, allestite il set o andate in location e scattate con entrambi gli strumenti. 

Come vi sentite usando il cellulare? E usando la reflex? Le foto sono uguali? Non tecnicamente parlando ma a livello di concetto, di linguaggio e di sensazioni che percepisce chi le guarda. 

Se poi avete la possibilità di provare anche con mirrorless, reflex, banchi ottici e medi formati capirete ancora meglio di cosa sto parlando. 

L’atteggiamento è come ci poniamo, come entriamo in relazione, quanto e come pensiamo scattando, quanto ci sentiamo distaccati o dentro la fotografia che stiamo facendo, quanto siamo influenti ecc. 

il risultato di un atteggiamento sono le foto che facciamo. 

Questa è, secondo me, la prima riflessione da fare quando vogliamo comprare una fotocamera, tutti gli altri parametri di scelta li reputo di secondaria importanza. 

Io ad esempio ho quasi totalmente abbandonato le mie reflex Canon a favore delle Sony A7 RII perché volevo una minore influenza del mezzo tecnico, un abbattimento della barriera tra me e i soggetti, una fotocamera piccola e silenziosa  mi permette di stabilire una relazione più paritaria con chi si sta facendo fotografare, in questo modo la persona e la personalità riescono a dare un plus ai ruoli interpretati durante uno shooting. 

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